Pause nel percorso professionale: nasconderle o no?

Pause nel percorso professionale: nasconderle o no?
Giugno 02 06:00 2021 Stampa

Ci siamo ben resi conto che il mondo sta cambiando, le nostre abitudini sono state stravolte con la pandemia. Il mondo del lavoro non è da meno, e si stanno riscrivendo le regole.

Se fino a poco tempo fa c’erano solo i curriculum come strumento utile per preselezionare le persone a cui fare un colloquio, oggi social come LinkedIn o simili forniscono lo stesso tipo di informazioni.

I cambiamenti

Anche la tipologia di colloquio è cambiata: basti pensare che farne uno da remoto era quasi impensabile fino a poco tempo fa, a meno di situazioni particolari come una proposta di lavoro in un’altra città o simili; ad oggi invece è la prassi.

Cambiamento anche nel modo di leggere il curriculum da parte dei selezionatori: certo, le esperienze lavorative del sono importanti, ma ora c’è un’attenzione maggiore alle skills ed alle capacità del candidato.

L’allungamento delle carriere

La head hunter Carola Adami ci spiega che questa è la conseguenza dell’allungamento delle carriere delle nuove generazioni: “Chi è entrato nel mondo del lavoro in questi anni ha davanti a sé un lunghissimo periodo di lavoro, decisamente più ampio ed esteso rispetto a quello che hanno conosciuto i rispettivi genitori e nonni” dice la Adami, che aggiunge che “il fatto di posticipare sempre più in avanti l’età pensionabile ha anche altri effetti importanti sui meccanismi di selezione”.

I buchi di carriera

Fino a pochi anni fa il consiglio dato a qualsiasi professionista sarebbe stato di ridurre al minimo le pause di carriera, ossia il tempo di inoccupazione tra un lavoro e l’altro, perché all’esterno poteva apparire come la mancanza della volontà di ricerca di un nuovo lavoro.

Ad oggi invece “Di fronte a una carriera lavorativa della durata di 40 o 50 anni è più che normale, se non perfino talvolta consigliabile, ritagliarsi delle pause di qualche settimana, o anche di alcuni mesi. E queste pause non devono più essere nascoste nei curriculum vitae: l’importante è piuttosto essere in grado di spiegare al selezionatore cosa è stato fatto durante quel periodo tra un lavoro e l’altro”, consiglia la Adami.

Per cui in un mondo professionale in cui è più che naturale cambiare molte aziende nel corso degli anni, inizia ad essere visto di buon occhio ritagliarsi pause per sé, da dedicare alle proprie passioni, ricalibrare gli obiettivi personali o fare corsi.

Dunque non bisogna nascondere questi buchi di carriera, piuttosto evidenziarli, spiegando in che modo, durante quei periodi, siamo stati in grado di accrescere le nostre competenze e fare nuove esperienze.