Cosa vuol dire contratto di lavoro a tutele crescenti?

Cosa vuol dire contratto di lavoro a tutele crescenti?
Aprile 15 06:00 2021 Stampa

Il 7 marzo 2015 è stato introdotto, con il Jobs Act, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.
La normativa si applica a tutte le persone assunte quindi dal 7 marzo 2015 in poi, o quelle che hanno visto trasformare in indeterminato il loro contratto a termine dopo quella data.
Andiamo a vedere cosa significa tutele crescenti, cosa cambia rispetto ai lavoratori assunti con l’Articolo 18 e a chi si applica.

Cos’è

Innanzitutto la tutela crescente non è una nuova tipologia contrattuale, ma un nuovo regime sanzionatorio per il licenziamento illegittimo. Cambia il modo di tutelare del lavoratore. Tutela crescente, come suggerisce il nome: il risarcimento per il dipendente licenziato illegittimamente cresce con gli anni di servizio del lavoratore in azienda.

Cosa prevede il contratto a tutele crescenti

Il contratto restringe le ipotesi di reintegrazione del lavoratore, a favore di una indennità il cui ammontare è proporzionale agli anni di anzianità in azienda, come dicevamo prima.
Cosa è cambiato quindi rispetto a prima?

Con l’Articolo 18, il lavoratore licenziato illegittimamente aveva sempre diritto al reintegro. Con il Jobs Act invece, il reintegro è previsto solo nei seguenti casi di licenziamento illegittimo:

  • licenziamento discriminatorio (ad esempio per motivi politici, religiosi o razziali)
  • licenziamento nullo per legge (ad esempio durante il periodo di congedo parentale)
  • licenziamento inefficace perché intimato oralmente
  • licenziamento in difetto di giustificazione (per un motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore)
  • licenziamento disciplinare per motivo illecito (in cui è dimostrata l’insussistenza della motivazione)

Nelle prime 4 ipotesi, il giudice condanna il datore di lavoro, oltre al reintegro, anche al pagamento di un’indennità ed al versamento dei contributi.

L’indennità corrisponde al periodo che va dal giorno del licenziamento a quello del reintegro; la somma sarà diminuita della cifra che il lavoratore ha percepito da eventuali altre attività svolte durante quel periodo.

Il lavoratore può decidere, inoltre, di sostituire il reintegro con un ulteriore indennizzo pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR.

In tutti i casi di licenziamento ingiustificato non compresi tra le ipotesi elencate sopra, al lavoratore spetta solo l’indennizzo economico (che va dalle 6 alle 36 mensilità) ed il reintegro non è previsto.

Nel caso di aziende con meno di 15 dipendenti il reintegro vale solo per i primi 4 casi (ossia discriminatorio, nullo, orale o in difetto di giustificazione).

La conciliazione

In ogni caso, una ulteriore opzione è quella della conciliazione. Per evitare di andare in giudizio, il datore di lavoro può offrire al lavoratore entro 60 giorni dal licenziamento un assegno di importo pari ad una mensilità per ogni anno di servizio (non inferiore a 3 mensilità e non superiore a 27). Ovviamente accettando la conciliazione il lavoratore rinuncia ad impugnare il licenziamento.

A chi si applica

Il contratto a tutele crescenti è applicato a tutti i neoassunti (dal 7 marzo 2015), agli operai, agli impiegati ed ai quadri: sono esclusi quindi tutti i dirigenti.

In sintesi

In poche parole, in caso di licenziamento illegittimo, nel contratto a tutele crescenti il lavoratore può:

  • accettare l’offerta di conciliazione rinunciando alla causa
  • impugnare il licenziamento per ottenere l’indennizzo economico e l’eventuale reintegro